Articoli sulla Alimentazione

Una tazza di The ....per la tua salute!

 Il tè è ampiamente consumato in tutto il mondo. Ci sono prove che il consumo di tè  può essere associato a ridotto rischio cardiovascolare, un'associazione che potrebbe essere attribuita al suo contenuto di flavonoidi. Il tè verde, il tipo più comune di tè consumato in Asia, contiene una grande quantità di flavonoidi. Il consumo di tè verde è stato associato a ridotta incidenza di mortalità cardiovascolare, ictus e infarto del miocardio.

 Ci sono prove che il tè verde riduce i grassi totali, le lipoproteine a bassa densità (LDL) e colesterolo LDL ossidato, migliora la sensibilità all'insulina  e può prevenire lo sviluppo di diabete mellito. Vi sono anche prove che il tè verde riduce lo stress ossidativo e inverte la disfunzione endoteliale. Il suo effetto sulla pressione arteriosa e la rigidità arteriosa è confusocon l'effetto che ha la caffeina. Il tè verde ha un effetto acuto più mite sulla rigidità arteriosa rispetto al suo contenuto di caffeina. Il suo effetto cronico sulla pressione arteriosa e la rigidità arteriosa possono essere neutri o addirittura benefici.

Dieta mediterranea: meno sindrome metabolica

Caratterizzata da alimenti di origine vegetale, pesce e olio di oliva, la dieta mediterranea ha un importante ruolo nella prevenzione della sindrome metabolica. Queste le conclusioni dello studio pubblicato su American Journal of Clinical Nutrition in cui gli autori, prendendo in esame  2.730 individui non diabetici di età media pari a 54 anni, hanno valutato la protezione offerta da un'alimentazione di tipo mediterraneo nei confronti dello sviluppo di condizioni metaboliche che rappresentano fattori di rischio per il diabete 2 e malattie cardiovascolari. Dopo un follow-up medio di sette anni, l'osservanza di abitudini alimentari mediterranee è risultata associata a una riduzione di: resistenza all'insulina secondo il modello Homa (homeostatis model assessment), circonferenza vita, livelli plasmatici di glucosio a digiuno e trigliceridi. Per i consumatori assidui di cibi mediterranei è stata, inoltre, registrata una minore incidenza di sindrome metabolica rispetto a coloro che ne hanno fatto scarso impiego (38,5% vs 30,1%; P = 0,01).

Maggiore consumo di sale più problemi di cuore!

Le raccomandazioni internazionali suggeriscono che, a livello di popolazione generale, il consumo medio di sale con l'alimentazione dovrebbe rientrare nei 5-6 grammi al giorno. Inoltre, da studi randomizzati e controllati, è stato osservato che una riduzione del consumo di 6 grammi al giorno, comporta un potenziale calo della pressione massima e minima di 7 e 4 mmHG nei soggetti ipertesi e di 4 e 2 mmHg nei normotesi. Tali variazioni si traducono in una riduzione del 24% del tasso di ictus e del 18% del tasso di patologie coronariche. Il dato è stato recentemente confermato da una metanalisi, condotta presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università Federico II di Napoli, che ha validato gli effetti a lungo termine coprendo un periodo di osservazione che va dal 1966 al 2008, includendo studi della durata compresa tra 3,5 e 19 anni. Nel complesso dei 13 studi selezionati, sono stati inclusi 117.025 soggetti e registrati 11 mila eventi vascolari ed è emerso inequivocabilmente che un maggior consumo di sale è associato a una maggiore incidenza degli eventi. Inoltre, è stata riconosciuta una relazione causale diretta tra i livelli di sale nella dieta e la pressione sanguigna e, dato che la relazione causale tra la pressione e la patologia cardiovascolare inizia quando la massima è già attorno a 115 mmHg, è ragionevole aspettarsi considerevoli benefici da una riduzione del consumo di sale. In particolare, per ogni incremento di 5 grammi nell'assunzione giornaliera di sale, è stato stimato un aumento del rischio di ictus pari al 23%. Risultati simili sono stati osservati per gli esiti di patologie cardiovascolari per i quali il rischio aumentava del 17%.
E' stato anche notato che più lungo era il follow-up e maggiore era l'effetto del consumo di sale sul rischio di ictus, ma non di eventi cardiovascolari. Circostanza che, gli autori hanno spiegato con l'avanzamento dell'età del campione nel corso dei rilievi e quindi con una maggiore probabilità di incorrere in un ictus e con una relazione più stretta tra pressione alta e ictus rispetto ad altri eventi vascolari. E infine, aggiungono gli autori, per inevitabili imprecisioni nella misura della quantità di sale consumate, le conseguenze sulla salute sono state probabilmente sottovalutate. "I nostri risultati - conclude Pasquale Strazzullo del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università Federico II di Napoli, autore della metanalisi - sottolineano la necessità di un consumo adeguato di questo ingrediente, durante la giornata, per una corretta prevenzione dei problemi cardiovascolari".

Più probiotici, meno raffreddore per i bambini!

L’introduzione di alimenti probiotici nella dieta dei bambini risulta vantaggiosa nella prevenzione delle malattie da raffreddamento. L’evidenza deriva da uno studio condotto in Cina e pubblicato su Pediatrics che ha permesso di verificare che bimbi che bevono due volte al giorno latte supplementato con sostanze probiotiche hanno meno episodi febbrili, minore necessità di antibiotici e si astengono dal frequentare la scuola, per problemi di salute, in misura minore rispetto a chi si alimenta con latte normale. In particolare, 326 bambini di età compresa tra 3 e 5 anni, sono stati suddivisi in 3 gruppi e assegnati a ricevere, rispettivamente, latte arricchito con Lactobacillus acidophilus; con Lactobacillus acidophilus e Bifidobacterium animalis o semplicemente latte intero (gruppo placebo). Il primo gruppo di bimbi rispetto al gruppo placebo ha riportato una riduzione del 53% degli stati febbrili; del 41% dei raffreddori e del 28% degli episodi di rinorrea. Risultati anche migliori sono stati registrati con l’abbinamento dei due ceppi batterici: riduzione del 72% degli stati febbrili; del 62% dei raffreddori e del 59% degli episodi di rinorrea. Anche il periodo di convalescenza è più breve nei primi due gruppi rispetto al placebo: la lunghezza della malattia si riduce del 32% con il Lactobacillus e del 48% con Lactobacillus e Bifidobacterium.

Il costo sociale dell'Obesità

L’obesita’ rappresenta senza dubbio un problema oltre che medico anche sociale. Tale patologia presenta delle conseguenze cliniche ed economiche non sottovalutabili. Alcune patologie come il diabete adulto, l’ipertensione arteriosa ed altri disturbi dell’apparato cardiocircolatorio sono direttamente legati alla presenza di uno stato di soprappeso importante.
L’obesità si calcola in base al BMI, “Body Mass Index” calcolato come il peso in Kg diviso il quadrato dell’altezza in metri. Se il valore del BMI è uguale o superiore a 30 una persona si può definire obesa.
L’incidenza dell’obesità è in aumento come risulta da numerosi studi quali quelli del National Health and Nutrition Examination Surveys: dal 1999 al 2000 l’incidenza e’ passata dal 23.3% al 30.9% degli adulti di età compresa tra 20 e 74 anni.

Lo studio
Pochi studi hanno analizzato l’utilizzo di risorse socio-sanitarie nelle persone obese rispetto a quelle non-obese. La ricerca condotta da Marsha A. Raebel ha confrontato questi due gruppi di persone, prendendo in esame due campioni omogenei per età e sesso, condizioni cliniche ed escludendo i soggetti che presentavano alcune patologie che richiedevano cure e spese aggiuntive. I dati che sono stati presi in esame sono stati la durata della degenza, visite ambulatoriali, la capacità lavorativa e le prescrizioni mediche per un anno intero. I costi delle varie spese sono stati considerati in base ai prezzi di mercato disponibili al pubblico. Le condizioni di comorbidita’ sono state determinate utilizzando uno score delle malattie croniche (CDS, Chronic Disease Score). I due gruppi, obesi vs non-obesi, sono stati confrontati a seconda del tipo e del costo della risorsa socio-sanitaria di cui hanno avuto bisogno.
Statisticamente sono stati utilizzati dei modelli di regressione per analizzare l’effetto del valore di BMI di ciascun malato sul suo costo personale, tenendo sempre conto dell’età e della presenza di altre malattie croniche non correlate all’obesità.

Risultati
Un totale di 539 obesi e di 1225 non-obesi sono stati presi in esame. Nel gruppo degli obesi, i pazienti hanno presentato una degenza piu’ lunga (p .001), una maggiore prescrizione di farmaci (p .001), una maggiore invalidità lavorativa (p .001) e maggiori visite ambulatoriali (p=.005). I malati obesi hanno consumato una quantita’ maggiore di farmaci per malattie cardiovascolari, per rinite allergica, asma, ulcera, diabete, tiroide e anche di farmaci analgesici. Il costo medio della spesa considerato per i due gruppi e’ stato rispettivamente di $585.44 e $333.24 nel gruppo obesi rispetto al gruppo non-obesi (p .001). Le differenze di costo sono state dovute in primo luogo alle medicazioni (p .001). Fattori predittivi del costo totale erano l’eta’, il sesso, il BMI e il CDS. Per ogni unita’ di BMI che aumentava, il costo si alzava del 2.3% (p .001) mentre per ogni punto di CDS che aumentava i costi si alzavano del 52.9% (p .001).

Conclusioni
I risultati di questo studio indicano che, nell’arco di un anno intero, le persone obese necessitano di un maggior numero di medicazioni e consumano una maggiore quantità di medicine, hanno una degenza ospedaliera prolungata. Tutto cio’ si traduce in un elevato costo socio-sanitario complessivo, superiore rispetto a quello delle persone non-obese. Riportando un dato estrapolato dai risultati una persona con un BMI di 40 spenderà 115 dollari in più all’anno in spesa sanitaria rispetto ad una persona con BMI di 25.

Sei qui: Home i Nostri Servizi Area Nutrizione e Benessere Alimentazione Articoli Alimentazione